ALIMENTARE I PESCI d’acquario: 5 FALSI MITI

ALIMENTARE I PESCI d’acquario: 5 FALSI MITI

Spesso il buonsenso che potrebbe applicarsi bene alle nostre vite umane, ci inganna quando entriamo nel mondo dei pesci d’acquario. Sono organismi veramente diversi da noi tanto per ambiente come per biologia. Nelle prossime righe vorrei evidenziare alcuni falsi miti che riguardano l’alimentazione che forniamo ai nostri pet acquatici. Ammetto pure che molti di questi nascono con le migliori intenzioni, proprio facendo tesoro del buonsenso umano: vediamo quindi in quali casi questo ci porta ad operazioni inutili o addirittura dannose.

 

IL DIGIUNO SETTIMANALE AIUTA LA SALUTE DEI PESCI

Questo falso mito nasce dal timore di eccedere con le quantità di mangime e creare addirittura ostruzioni/blocchi intestinali che si risolverebbero magicamente togliendo il cibo un giorno alla settimana. So che ci sono anche teoria di dietistica umana che includerebbero questi digiuni casuali. Nei pesci NON si applica. Le specie comunemente allevate sono micropredatrici e/o alghivore e/o saprofaghe (mangiano morti), sono anatomicamente predisposte per ingerire piccole quantità di cibo continuamente.

Nel caso delle specie la cui dieta tipica in natura si basa su vegetali, il lavoro di alimentazione continua si basa sulla scarsa densità nutritiva di alghe e detriti. Immaginate di avere uno stomaco della capienza di 1 litro e riempirlo con alghe. Avrete meno calorie e nutrienti rispetto a riempirlo con insetti. La ragione è principalmente legata alla quantità di acqua presente in ciascun alimento. Negli animali parliamo del 60-80%, nei vegetali 80-90+% con le opportune eccezioni e variazioni. Alcuni animali principalmente vegetariani come i pesci rossi e le carpe nemmeno possiedono lo stomaco, che funge spesso da sacca per accumulare materiale proteico e digerirlo sfruttando l’acidità generata ed enzimi specifici. Loro semplicemente continuano a ingerire alimenti e più o meno lentamente digeriscono e assimilano quei nutrienti ivi contenuti.

Nota: quando si legge di alghe come superfood si fa riferimento al peso secco, quindi un alimento processato in polvere. L’alga viva, di per sè, risulta estremamente acquosa.

Cosa succede ai pesci che digiunano? Ne stiamo cambiando il metabolismo. Anzichè mantenere un circolo virtuoso anabolico, ossia che spinge sulla crescita, sull’attività, sulla riproduzione etc, si obbliga l’animale ad andare in riserva. Le riserve di nutrienti energetici presenti in fegato e muscolo vengono progressivamente consumate. Il pesce, in definitiva, dimagrisce. Un pesce che dimagrisce troppo non conta più con le riserve energetiche per fronteggiare agenti infettivi e qualsiasi problematica di natura patologica e non.

Chiaramente un solo giorno di digiuno non arreca danni seri in pesci ornamentali sani, vi è un discorso temporale abbastanza rilevante che dipende da ogni specie e dalla fase di vita in cui si trova ciascun individuo. Se per esempio fate digiunare femmine con uova in formazione state proprio commettendo un’assurdità, dato che limitirete il potenziale di trasferimento di nutrienti dal fegato alle uova stesse. Uova con meno vitellogenine (una grossa molecola che contiene un po´tutti i tipi di nutriente) sono uova di minore qualità per lo sviluppo della futura larva, che potrebbe restare più piccola e quindi meno competitiva nel momento in cui dovrà alimentarsi autonomamente qualche ora o giorno dopo la nascita. Ci sono comunque vari altri svantaggi a alimentare male i riproduttori.

Un meccanismo interessante dimostrato in vari pesci tra cui ciprinidi e ciclidi è l’effetto stile boost che avviene dopo un periodo di digiuno, solitamente più prolungato di un singolo giorno. I pesci immediatamente dopo un digiuno sono estremamente più attivi nell’alimentazione e il loro metabolismo è fortemente anabolico e conservativo, in altre parole l’organismo si impegna a trattenere ed elaborare quanti più nutrienti possibile dall’alimento ingerito per sopperrire al periodo di scarsità. Questo si misura, per esempio, con il parametro FCA o FCR, ossia la conversione dell’alimento in peso corporeo. Chiaramente risulta difficile misurarlo in casa, ma nemmeno serve: fa solo riflettere su quanto questo famoso digiuno sia qualcosa di negativo e che esistano meccanismi fisiologici per tentare di compensare e recuperare quando per qualasiasi ragione si presenti.

Per quanto riguarda i rischi di ostruzione intestinale, pensare che un digiuno ogni 6 giorni serva a qualcosa mi sembra una follia a livello logico, ma siccome la logica va integrata con evidenze empiriche e scientifiche per non cadere nel rischio di “aver usato una logica fallace”, possiamo prendere per buono il dato che l’intervallo di permanenza delle ingesta in un pesce ornamentale tipico si misura in ore, non in giorni o settimane.

 

L’USO DI VERDURE E ALTRI VEGETALI SONO UN TOCCASANA PER I PESCI

Forse questo tema meriterebbe un post tutto suo, comunque vorrei accennare qualche concetto generale che eventualmente approfondiremo.

Le piante, le alghe verdi e le “altre” alghe, sono numerosissime e diversissime tra loro. Nonostante alcune caratteristiche chimiche e strutturali comuni e conservate un pochino in tutte le specie, la verità è che nella loro evoluzione sono state generate e fissate anche una serie di capacità tossiche e difensive da non sottovalutare, soprattutto se consideriamo anche quelle indirette.

Per difendersi dai predatori i vegetali producono diverse sostanze con effetti tossici o alteranti. Alcuni di questi, poi, sono particolarmente nocivi nel momento in cui vengono inseriti in ambiente acquoso.

Senza dilungarci troppo, vi elenco brevemente alcune problematiche che riguardano i vegetali terrestri, soprattutto le leguminose come i piselli.

  • SAPONINE: sono una ampia categoria di camposti che in acqua hanno effetto detergente come un sapone, da cui deriva il nome. Ne esistono di tanti tipi. Alcune sembrano avere funzioni utili nei mammiferi. In alcuni casi, dosi controllate di alcune saponine speciali si sono rivelate innocue o addirittura benefiche in alcuni pesci vegetariani. In generale, però, la presenza di saponine nei mangimi per pesci ornamentali o alimentari è un evento negativo. Si chiamano, per l’appunto, fattori antinutrizionali. Cosa provocano? In poche e semplici parole, l’effetto detergente danneggia la mucosa, strato dell’intestino a contatto con le ingesta, e oltre certe quantità vi è un effetto “distensivo” delle cellule strutturali. Come potete immaginare, l’intestino non deve avere lacerazioni o fessure che facciano passare il materiale ormai fecale dallo spazio digestivo verso gli organi interni. Alcune saponine in certe quantità riescono ad allentare quella tensione che permette all’intestino nel suo complesso di fungere da membrana selettivamente permeabile. Assieme ad altri cofattori può facilitare, sebbene indirettamente, l’insorgenza di fenomeni infiammatori. Tutta questa cascata di eventi, sebbene non obbligatoriamente si associ a nuovi problemi seri come infezioni oppure mancanza di assimilazione, è matematicamente correlata a uno spreco di energia. Ha senso esporre i pesci a questo svantaggio?
  • FITATI sono molecole speciali ricche di fosforo. A primo impatto sembrerebbe che siano una fonte utile di quell’elemento (necessario per la vita), ma la verità è che tutto dipende dal livello di biodisponibilità. Questo termine fa riferimento alla possibilità di una certa sostanza di essere effettivamente assimilata e utilizzata da un organismo. Nel caso dei fitati, non solo non rappresentano una integrazione utile di fosforo nella maggior parte dei casi, ma la particolare struttura della molecola la rende reattiva e in particolare lega diversi minerali come lo zinco. In poche parole, se nella dieta di un pesce vi sono troppi fitati, possibilmente il pesce andrà in carenza di certi minerali. Ora, il grado di danno è sempre relativo alle dosi. Piccole dosi di fitato e elevatissime dosi di minerali annullano l’effetto nocivo, mentre con o senza fitato la scarsità dietetica di minerali si farebbe comunque sentire in diverse specie. Il discorso è lo stesso di prima: ha senso offrire alimenti con questi fattori antinutrizionali? Dove sono i benefici?
  • TANNINI sono conosciuti per la correlazione con legni e foglie e in generale il colore ambrato dell’acqua, nonchè il potere acidificante. Nell’ambiente possono essere ben tollerati o avere pure funzioni utili in particolarissimi casi. A livello dietetico, invece, sono da considerarsi antinutrienti quasi sempre. Il tannino agisce da astringente legandosi a varie proteine e riducendo la loro biodisponibilità. Un effetto che empiricamente possiamo provare è quello di bere alcune bevande aromatiche marroni: la sensazione strana sulla lingua, appunto astringente, è da correlarsi con tannini e molecole simili. Dal punto di vista dei pesci, i tannini elevati nella dieta non sono così benefici nonostante alcune proprietà utili possano esserci, ma sempre in dosi ridotte. Tra queste, il tannino sembra legarsi e inattivare gli effetti delle saponine e viceversa. Anche qui: ha senso mescolare diversi fattori antinutrizionali per anullarne gli effetti? Forse, suggerimento personale, è meglio non improvissarti nutrizionisti ittici.

Nota: nei mangimi industriali alcuni fattori antinutrizionali possono essere sottratti o neutralizzati con processi specifici. Spesso, quando leggiamo un certo alimento nella lista ingredienti, non si sta facendo riferimento a “tutto” quell’alimento, piuttosto a parti specifiche ottenuta con diversi procedimenti selettivi e purificanti. Tutte operazioni che in casa non si riescono a realizzare facilmente.

Nota seconda: queste problematiche non riguardano in misura uguale tutti i vegetali. Va sempre contestualizzato tanto a livello di “che vegetale” quanto “per quale pesce”.

Nota terza: l’industria di mangimi tende a usare sempre più materie prime vegetali. La ragione non è tanto nella superiorità nutrizionale, quanto per una questione economica. Le fonti proteiche animali sono sempre più costose quindi si cercano alternative sostenibili. Il mercato degli insetti alimentari sta crescendo per questi motivi: sono sostenibili, almeno alcuni, e non presentano gli inconvenienti di soia e altre piante.

 

I MANGIMI FATTI IN CASA SONO UNA FORMA DI AMORE PER I PESCI D’ACQUARIO

Proprio parlando di mangimi fatti in casa, vanno prima citate le ragioni per cui teoricamente sono tanto apprezzati.

  • Sensazione di dare qualcosa di qualità e di controllato ai propri pesci.
  • Personalizzazione della dieta

Bisognerebbe dilungarsi davvero molto sul concetto di qualità. È una parola realmente difficile da definire. Pensate che quando mi chiesero di spiegare l’argomento “qualità applicata alla filiera ittica” in un diplomato universitario di acquacoltura in cui insegnavo, partirono oltre 4 ore solo per introdurre le definizioni e principi fondamentali. Sarebbe quindi improprio riassumere tutto il tema in un paragrafo, mi limito quindi a dare alcune indicazioni super specificihe e vi prometto amplierò in nuovi post:

  • La qualità in senso di freschezza è solo una delle sottodefinizioni di quella che, sommando, viene chiamata Qualità Totale.
  • La qualità non è solo nelle materie prime, ma anche e forse soprattutto nei processi e nei metodi di conservazione.
  • Una materia nutrizionalmente di alta qualità può essere potenzialmente pessima da un punto di vista dietetico. Inutile dare miscele vegetali a un pesce che non ha enzimi nè condizioni interne per aprire e digerire tali macromolecole. Inutile dare un 50% di proteina se questa non è biodisponibile oppure se la specie a cui si somministra è nota per non ritenere più di un tot di azoto (nelle proteine) alla volta.
  • Per preparare un qualunque alimento specialmente se non cotto vi devono essere delle conoscenze di igiene. Spesso saper cucinare la pastasciutta non è un curriculum sufficiente per autorizzare a metter mano sull’esecuzione di formulazioni per mangimi da conservare.

Insomma, se si vuole giocare in casa con le ricette prese casualmente da personale non competente (perchè generalmente gli zootecnici specializzati in nutrizione non diffondo ricette magiche a caso sul web) va benissimo ed  è divertente, stimolante e rilassante allo stesso tempo. Pensare, tuttavia, che questo sia in nome del bene dei pesci potrebbe non poggiare su solide basi scientifiche. Questo non significa che non si possano preparare pastoni o mangimi validi in casa: va letto piuttosto nell’ottica di  “non è una banalità da affrontare con approssimazione e pressapochismo”.

 

MEGLIO DARE POCHISSIMO CIBO, I PESCI MUOIONO SOLO PER ECCESSI

Questo luogo comune ha origini piuttosto vecchie: agli albori dell’acquariofilia non si sapeva come popolare correttamente un acquario in base alla gestione e al sistema filtrante, quindi tendenzialmente si ospitavano molti più pesci di quelli fattibili. Non solo: venivano alimentati in modo casuale e probabilmente spesso eccessivo. Siccome il mangime è la prima causa di inquinamento dell’acqua in acquario e comporta, inoltre, un alto dispendio di ossigeno, la conseguenza immediata di ridurre il mangime è banalmente quella di avere acqua più pulita e pesci che non muoiono in pochi giorni. Ciò non significa che a lungo andare sia la soluzione migliore.

I pesci non vanno alimentati nè poco nè troppo. In acquacoltura esistono tabelle alimentari precise ottenute con anni di studi sulle diverse specie. Queste tabelle sono rare per i pesci ornamentali soprattutto perchè poco applicabili: è fisicamente difficile pesare, dosare o stimare apporti di decimi di grammo di mangime. La tecnica migliore con i pesci più comuni è quella di alimentare 1-2-3 volte al giorno con una quantità di mangime che venga consumata in poco tempo: mezzo minuto, un minuto, dipende. Sicuramente se restano a fluttuare fiocchi o granuli dopo un paio d’ore, la dose di cibo fu esagerata. All’inverso, sottoalimentare i pesci porta a diversi problemi sul lungo periodo: minore crescita dei giovani, risultati riproduttivi scarsi o assenti, minore capacità di affrontare e recuperare eventi patologici infettivi e non. In diversi pesci si nota facilmente se il regime alimentare è insufficiente: dimagriscono. Per capirlo e non sbagliarsi bisogna tuttavia avere un po’ di dimestichezza con la specie e varietà: come sapete i pesci sono di tante forme spesso ingannevoli se dobbiamo valutare il loro stato di salute alimentare.

Un pesce fortemente sottoalimentato può mostrare cambi morfologici già in una settimana, mentre uno stato alimentare leggermente negativo si evidenzia possibilmente con riproduzioni insoddisfacenti, accrescimento lento, etc. Ci sono tante variabili spesso difficili da comprendere immediatamente, il concetto importante tuttavia è: “Anche i pesci possono patire la fame”.

IN QUESTO VIDEO SU YOUTUBE PARLO DI MANGIMI INSIEME A DR LORENZO TAROCCHI

 

IL MANGIME È L’UNICO INQUINAMENTO IN VASCA / UN PIZZICO DI MANGIME PUÒ CAUSARE DISASTRI

L’inquinamento intenso in questo caso specifico come composti azotati (ammonio, ammoniaca, nitrito, nitrato) deriva unicamente dagli apporti fisici esterni. Mi spiego meglio: se Ossigeno e CO2 possono muvoersi liberamente e indipendentemente da noi tra acqua e aria atmosferica, nel caso dell’azoto questi trasferimenti spontanei sono marginali. L’azoto presente in acquario deriva quasi unicamente da:

  • mangime
  • fertilizzazione
  • nuove piante/pesci/terricci/arredi organici che lo contengono come elemento costitutivo

Nel classico acquario da salotto blandamente fertilizzanto, ma ricco di pesci, possiamo considerare il mangime la prima fonte di azoto nel sistema-vasca.

L’azoto è importante capire che funziona in modo quantitativo e non qualitativo, ossia per essere significativo e quindi “importarci” deve essere presente in certe quantità.

Un pizzico di mangime in un grande acquario non può matematicamente stravolgere la situazione. Non è l’aggiunta di qualche pellet in tanta acqua a generare un picco di nitrito pericoloso.

Facciamo qualche esempio.

Acquario di 100 litri (netti). Dose di mangime: mezzo grammo (vi garantisco che è ben più di un pizzico per quello a cui siamo abituati da acquariofili, fate comunque delle prove per curiosità).

0.5 g di mangime X 40% di proteina contenuta X 16% di quota azoto N nelle proteine * 1000 milligrammi in un grammo / 100 litri = 0,32 mg/lt di N che equivalgono grossomodo a 0,4 mg/lt di NH4+/NH3.

Se venissero trasformati in nitriti, avremmo circa 1 mg/lt di NO2- e in caso si arrivasse al nitrato, appena 1,3 mg/lt di NO3-.

In un acquario con un filtro funzionante avremmo quindi un incremento di poco più di 1 ppm di NO3 se dosassimi quella quantità di mangime.

Attenzione che i valori non sono simultanei: arriviamo a quel 1 ppm NO2- solo se tutto l’ammonio si trasforma. Allo stesso modo, per ottenere quella concentrazione di nitrato serve che il nitrito si ossidi completamente.

Se l’acquario fosse di 50 litri, i numeri raddoppiano: 2 ppm NO2- e 2.6 ppm NO3-.  Se fosse di 25 litri, raddoppiano un’altra volta.

Il mangime quindi inquina l’acqua, ma non in modo casuale. Stiamo parlando di una precisa relazione matematica. Poi, il lettore più attento si domanderà: ma se il mangime viene consumato da un pesce, questo non trattiene nulla dell’azoto? Certamente, in media potremmo stimare un 20-30-40% di ritenzione a seconda di tanti fattori. Quindi quei valori di prima in condizioni ottimali potremmo calcolarli abbasandoli di una certa pecentuale, ciò che rimane una certezza è che quel valore, per esempio, 0.5 g mangime = 1,3 ppm NO3- in 100 litri va concepito come valore massimo. Impossibile fisicamente che se ne accumuli di più.

Nonostante tutto, capita di misurare nitrati elevati anche in acquari con pochissimo mangime: evidentemente se i calcoli del mangime, aggiustati con i giorni in cui si continua a somministare tale dose, non sono coerenti con i valori che rileviamo, dobbiamo porci qualche dubbio. Ci sono piante marce o pesci morti? Il terriccio contiene azoto? Ci sono fertilizzanti?

Qualsiasi organismo vivente in acquario, quando muore, rilascia durante la decomposizione quell’azoto che conteneva. Per esempio, se acquistate piante acquatiche e vi muoiono, potete aspettarvi un aumento di azoto in acquario. Le piante vive sono eccezionali, ma solo se vive e attive. Allo stesso modo, la morte di pesci, chiocciole, gamberetti provoca un possibile aumento di azoto misurabile. I tempi di decomposizione variano con la temperatura e altre condizioni dell’acquario.

 

Alcuni paper di approfondimento.

Antinutritional factors present in plant-derived alternate fish feed ingredients and their effects in fish

An overview of anti-nutritional factors in fish feed ingredients and their effects in fish

Investigations on the nutrient and antinutrient content of typical plants used as fish feed in small scale aquaculture in the mountainous regions of Northern Vietnam

Inhibition of digestive enzymes in rohu, Labeo rohita (Hamilton), fingerlings by tannin: an in vitro study

 

 

Matteo Rancan

Specialista di acquacoltura tropicale, progetta e costruisce impianti in Sudamerica e Caraibi. Appassionato di acquariologia.

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